Ipnosi: niente trucchi e niente inganni, lo dice il nostro cervello


Oggi arriva una nuova conferma che l’ipnosi sia una vera e propria realtà del nostro cervello e non un mito o una leggenda come ancora spesso si crede. Questa volta le prove scientifiche provengono da un a ricerca del Prof. David Spiegel, del quale ho avuto il piacere e l’onore di fare personalmente conoscenza durante la mia formazione.


Abbiamo già più volte posto l’accento sulla cosiddetta realtà neurofisiologica dell’ipnosi, ovvero sulla particolare attività elettrica cerebrale che spesso si è osservata durante l’ipnosi e che la contraddistingue radicalmente sia dal sonno sia dal normale stato di veglia. Un particolare stato mentale e cerebrale in cui è possibile accedere a contenuti e risorse individuali per promuovere cambiamenti nel comportamento o intervenire sulla rimozioni di traumi emotivi.

Il Prof. Spiegel e i suoi collaboratori hanno infatti evidenziato, attraverso scansioni di risonanza magnetica funzionale, che il cervello delle persone altamente ipnotizzabili si attiva in modo differente rispetto alle persone scarsamente suscettibili all’ipnosi.
In particolare, nel gruppo delle persone altamente ipnotizzabili, gli autori hanno osservato una diminuzione dell'attività nella parte dorsale della corteccia cingolata anteriore. Questa area cerebrale è particolarmente coinvolta nell’attenzione, una sorta di “guida” verso lo stimolo a cui dobbiamo stare attenti, che non a caso è fortemente attivata quando qualcosa ci preoccupa. Questo peculiare tipo di attivazione è associata a quello che viene definito absorption, cioè uno stato di particolare assorbimento mentale in cui la persona è talmente rivolta e assorta in qualcosa da escludere e non preoccuparsi di altre cose.

Oltre a questa particolare forma di attivazione cerebrale, gli autori hanno rilevato un aumento nella connessione tra due aree del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale e l'insula. Questa tipo di attivazione, durante l’ipnosi, permetterebbe al cervello di prestare maggiore attenzione e controllo sul corpo.
Infine, gli autori hanno osservato anche una diminuzione della connessione tra la corteccia prefrontale dorsolaterale e il circuito chiamato default mode network, una serie di strutture che sono attive durante tutti quei momenti in cui pensiamo e riflettiamo, compresi i pensieri sul futuro e sul passato.

Queste tre osservazioni funzionali del cervello sotto ipnosi potrebbero spiegare, da un punto di vista neurobiologico, l’efficacia dell’ipnosi nel ridurre lo stress, l’ansia e il dolore, nel cambiamento di abitudini e comportamenti a livello terapeutico, nel promuovere l’autoconsapevolezza e l’equilibrio mente-corpo.

Riprendendo le parole del Prof. Spiegel: “L’ipnosi non è uno strano trucco da salotto… è un modo differente in cui il nostro cervello può funzionare”. 

Su quest’ultima affermazione mi piace sottolineare qualcosa che è ovviamente nota agli esperti del settore ma che spesso è ancora fraintesa o non completamente chiara alla maggioranza delle persone: e cioè che la disposizione individuale ad essere ipnotizzabili non è assolutamente una caratteristica di persone deboli, influenzabili o dipendenti, anzi, è al contrario una potenzialità spesso associata all’intelligenza, alla capacità di astrazione, all’immaginazione ed all’introspezione. Certo, ci sono importanti differenze tra le persone infatti ci sono alcuni individui che rispondono scarsamente all’ipnosi, ma l’ipnosi è qualcosa che si può anche pian piano imparare e migliorare, che permette un’esperienza ricca di sensazioni e di comunicazione tra mente e corpo di cui nella vita quotidiana stentiamo a prestare attenzione.